venerdì 22 agosto 2014

Un continuo desiderio.

Quando frequentavo le scuole superiori mi capitava spesso di essere infelice. Non credo fosse per via dell'età: ho sempre pensato che l'adolescenza faccia sentire, e non renda, infelici. Questo sentimento, comunque, mi impegnava per giorni e mesi interi- e mi rendeva cupo: come Atlante, carico del peso della volta celeste.

A guardarmi ero un ragazzone sgraziato, un paio di occhi liquidi e buoni, incastonati su polpa senza costrutto. Dentro di me, invece, coltivavo sogni fragili e bellissimi, amori che sapevo destinati a non durare. Mi preparavo ad essere un poeta, pur ignorando che alcol e sensualità (compari di chiunque affronti il mistero di esistere) li avrei incontrati ben più tardi, e quasi per obbligo. 

La scuola, un liceo asettico e in fondo ostile, stava oltre un viale alberato di eucalipti, costeggiato da cespugli di belladonna fioriti in ogni stagione. Percorrevo tale tragitto in solitaria, già incline ad una socievole misantropia che mi avrebbe contraddistinto negli anni futuri. Attraversavo con molto timore questo viale, provando un misto di impotenza e timore che solo dopo anni, in modo esaustivo ma sterile, avrei definito come attacco di panico.
Un suono soltanto poteva riportarni alla calma, quando le fronde si richiudevano come gabbie, e i raggi del sole mattutino si consolidavano in colonne invalicabili. Era un suono tenue, che sovrastava il vociare degli altri studenti, già protervi e schierati in squadroni di triari ostili.

Tutto era vinto dal mite tubare dei colombi.

Così, negli anni, ho sempre aguzzato le orecchie in cerca di questo canto: alla vigilia di un esame universitario, prima di un appuntamento galante. Dopo aver rischiato di morire perché sono un idiota.

Il mio non è pensiero magico: so bene che Dio ha ben altro da fare, che orchestrare pennuti per il mio precario equilibrio psicofisico.

Spesso succede che gli eventi della mia vita facciano schifo (non in modo grandioso: uno schifo sommesso, piccolo borghese. Uno schifo mediocre), seppur accompagnato dalla miglior colonna sonora possibile: eppure quel chiocciare sincopato mi rinfranca, e infonde nuova energia alla schiena. Mi fa dire: "avanti! Solo pochi passi, e sarò arrivato!".

Ecco perché, quel canto, vorrei sentirlo ora.

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