"Non dovrai che restare sul ponte
e guardare le altre navi passare:
le più piccole dirigersi al fiume;
le più grandi sanno già
dove andare".
In queste parole, per lunghi anni, ho identificato il tragitto della mia vita: una quieta serie di impegni, tappe da raggiungere, doveri da adempiere. Ogni giorno a capo chino, con la dedizione rassegnata degli amanuensi.
Ero un giovane morto, inchiodato nella tomba ovattata dell'obesità, della fidanzata-che-mi-respinge, del cattolicesimo vissuto come muta professione laica, saio pungente sulla pelle nuda.
Non ero infelice, o non sapevo di esserlo. Guardavo i coetanei vivere, sempre un passo avanti a me: piccole chiatte da rimorchio e grandi vaporiere, cariche di promesse o fumo. Affrontavano la corrente impetuosa del destino; io mi contentavo di aspettare.
Poi c'erano gli uomini. Sbirciati sulle copertine delle riviste, nelle pubblicità di profumi (con la lussuria vigorosa che solo gli anni '90 permettevano), nei filmacci sconci di seconda serata. Li adocchiavo andando a scuola, i bulli coi muscoletti rachitici dell'adolescenza, e la protervia di chi vuole investire il fatuo capitale del proprio corpo, senza procacciarsi altro. Vestivano t-shirt dalle maniche rigirate, canotte della salute... tutti quegli obbrobri per cui i Take That non pagheranno mai abbastanza.
Non capivo perché tanta attrazione, non volevo indagarlo. La pulsione fisica, fra vergogna e spasimo, doveva essere saziata, e in questo modo continuavo ad essere il figlio modello, il bravo ragazzo, l'esempio di educazione ammirato da tutti, e mai amato.
Se l'anima ha i propri riti, il corpo ha le sue feste, cui le gabbie fisiche e morali mi hanno sempre sottratto. Così l'insoddisfazione cresceva, assieme alla ricerca -almeno visiva- di corpi su cui sfogarmi con rabbia, disgusto e voluttà. L'insoddisfazione ha preso i contorni definiti dell'ansia, della depressione: si cibava vorace di quanto ero diventato: uno studente mediocre, un nerd solitario, un infelice asservito alla volontà altrui.
[Ci sono capitoli che, per pudore, non voglio narrare: chi c'è stato e mi ha risollevato dal gorgo in cui stavo precipitando avrà per sempre la mia gratitudine.]
Nella risalita, ho infine ammesso di essere omosessuale, dando alla voglia "sconcia ed oscena" il nome che le è dovuto. Cerco di conoscerla, di accettarla nella sua normalità: i corpi appartengono a uomini come me, con cui condivido il percorso di dolore, rabbia e accettazione. Ho pensato quindi di scendere dal ponte, di avvicinarmi al pontile d'imbarco, conscio dei miei fardelli e avido di vita vissuta. Confesso che, a spronarmi, è stata la scrittura: sia quella praticata in blog che purtroppo son caduti, sotto il peso degli anni e di un malinteso senso del dovere verso lo studio; sia quella, avida, dei blog divorati a tarda notte, con le zanzare a far festa sulle mie mani, gli occhi e il cervello festanti.
River è stato il primo: mi ha introdotto in un mondo di dolcezza, timidezza e malinconia, inframmezzata a sensualità pruriginose, mai volgari. Il tutto sorretto da una scrittura robusta, lineare, ipnotica. C'è stato il Dr Apocalypse di Spetteguless, più sguaiato e roboante, divertente, amaro ed eccessivo. C'è stato S., con il suo commovente romanzo di formazione, e la prima mail di gratitudine che gli ho spedito, così, come un qualunque adolescente incauto e innamorato.
Cosa dire di (In)co? Lo amerei, se lo avessi qui davanti! Passione, intelligenza, erotismo, sensibilità... Cosa non ha, quest'uomo, così che non lo si possa vezzeggiare, come non ammirare un corpo fatto di parole, sensualità consapevole e matura?!
E di Rafa, dal percorso spinoso e altalenante? Sappi che non ti dimentico, e le chattate notturne torneranno, spero. Sei una buona compagnia, e un "bravo ometto".
Infine, ci sono Tredici e Lorenzo Bises... Li adulo già abbastanza, rischierei di essere melenso e ridondante; non voglio rischiare. Però vi voglio bene, perchè mi fate sorridere con leggerezza, come fratelli di penna il cui genio non delude mai.
Sappiate che le vostre parole sono state, sono e saranno, gomena per salpare lungo la corrente, a bordo di un'imbarcazione che ancora non conosco. Le parole, per Deus, sono state uno sprone affinchè lasciasse il ponte, indossasse casacca e pantaloni e decidesse di imbarcarsi per la rotta più dura ed esaltante di tutte: l'accettazione di sè stessi, la consapevolezza dei limiti e delle gioie di essere uomini gay, persone con un percorso difficile ed un avvenire di speranza.
Qualcun altro, senza che io lo veda, ha preso il mio posto, e tiene inquieto la ringhiera come facevo io, scrutando vacuo l'orizzonte.
E' per lui che voglio scrivere: può seguire la corrente o combatterla, ma Dio non voglia che resti fermo a guardare le navi passare: così si muore dentro.
Io non voglio che succeda.
IO PIANGO.
RispondiEliminaUfficiale, grazie per le bellissime parole.
Un abbraccio
L.
:)))))) grazie per le belle parole ^^
RispondiEliminaIo sono felice di avere un lettore come te, e sono felice di essere un tuo lettore. Che poi, "lettore" è un termine così riduttivo.
RispondiEliminaChi prima chi dopo, si cresce; ora iniziano le cose belle.
Grazie :)
RispondiEliminaCondivido tutto quello che scrivi: ci sono passato anche io, e anche io ho usato il blog come mezzo per "abituarmi" alla cosa. Perchè lo scoglio più grande è accorgersi che nonostante quel che dicono tutti "*è* normale"
E poi arriva la consapevolezza che nessuno ha il diritto di impedirti di essere felice.
(sono felice di essere stato d'aiuto, per quanto poco :)