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mercoledì 28 agosto 2013

HOW BLOGS SAVED MY LIFE

"Non dovrai che restare sul ponte
e guardare le altre navi passare:
le più piccole dirigersi al fiume;
le più grandi sanno già
dove andare".

In queste parole, per lunghi anni, ho identificato il tragitto della mia vita: una quieta serie di impegni, tappe da raggiungere, doveri da adempiere. Ogni giorno a capo chino, con la dedizione rassegnata degli amanuensi.
Ero un giovane morto, inchiodato nella tomba ovattata dell'obesità, della fidanzata-che-mi-respinge, del cattolicesimo vissuto come muta professione laica, saio pungente sulla pelle nuda.

Non ero infelice, o non sapevo di esserlo. Guardavo i  coetanei vivere, sempre un passo avanti a me: piccole chiatte da rimorchio e grandi vaporiere, cariche di promesse o fumo. Affrontavano la corrente impetuosa del destino; io mi contentavo di aspettare.

Poi c'erano gli uomini. Sbirciati sulle copertine delle riviste, nelle pubblicità di profumi (con la lussuria vigorosa che solo gli anni '90 permettevano), nei filmacci sconci di seconda serata. Li adocchiavo andando a scuola, i bulli coi muscoletti rachitici dell'adolescenza, e la protervia di chi vuole investire il fatuo capitale del proprio corpo, senza procacciarsi altro. Vestivano t-shirt dalle maniche rigirate, canotte della salute... tutti quegli obbrobri per cui i Take That non pagheranno mai abbastanza.

Non capivo perché tanta attrazione, non volevo indagarlo. La pulsione fisica, fra vergogna e spasimo, doveva essere saziata, e in questo modo continuavo ad essere il figlio modello, il bravo ragazzo, l'esempio di educazione ammirato da tutti, e mai amato.

Se l'anima ha i propri riti, il corpo ha le sue feste, cui le gabbie fisiche e morali mi hanno sempre sottratto. Così l'insoddisfazione cresceva, assieme alla ricerca -almeno visiva- di corpi su cui sfogarmi con rabbia, disgusto e voluttà. L'insoddisfazione ha preso i contorni definiti dell'ansia, della depressione: si cibava vorace di quanto ero diventato: uno studente mediocre, un nerd solitario, un infelice asservito alla volontà altrui.

[Ci sono capitoli che, per pudore, non voglio narrare: chi c'è stato e mi ha risollevato dal gorgo in cui stavo precipitando avrà per sempre la mia gratitudine.]

Nella risalita, ho infine ammesso di essere omosessuale, dando alla voglia "sconcia ed oscena" il nome che le è dovuto. Cerco di conoscerla, di accettarla nella sua normalità: i corpi appartengono a uomini come me, con cui condivido il percorso di dolore, rabbia e accettazione. Ho pensato quindi di scendere dal ponte, di avvicinarmi al pontile d'imbarco, conscio dei miei fardelli e avido di vita vissuta. Confesso che, a spronarmi, è stata la scrittura: sia quella praticata in blog che purtroppo son caduti, sotto il peso degli anni e di un malinteso senso del dovere verso lo studio; sia quella, avida, dei blog divorati a tarda notte, con le zanzare a far festa sulle mie mani, gli occhi e il cervello festanti.

River è stato il primo: mi ha introdotto in un mondo di dolcezza, timidezza e malinconia, inframmezzata a sensualità pruriginose, mai volgari. Il tutto sorretto da una scrittura robusta, lineare, ipnotica. C'è stato il Dr Apocalypse di Spetteguless, più sguaiato e roboante, divertente, amaro ed eccessivo. C'è stato S., con il suo commovente romanzo di formazione, e la prima mail di gratitudine che gli ho spedito, così, come un qualunque adolescente incauto e innamorato.
Cosa dire di (In)co? Lo amerei, se lo avessi qui davanti! Passione, intelligenza, erotismo, sensibilità... Cosa non ha, quest'uomo, così che non lo si possa vezzeggiare, come non ammirare un corpo fatto di parole, sensualità consapevole e matura?!
E di Rafa, dal percorso spinoso e altalenante? Sappi che non ti dimentico, e le chattate notturne torneranno, spero. Sei una buona compagnia, e un "bravo ometto".
Infine, ci sono Tredici e Lorenzo Bises... Li adulo già abbastanza, rischierei di essere melenso e ridondante; non voglio rischiare. Però vi voglio bene, perchè mi fate sorridere con leggerezza, come fratelli di penna il cui genio non delude mai.

Sappiate che le vostre parole sono state, sono e saranno, gomena per salpare lungo la corrente, a bordo di un'imbarcazione che ancora non conosco. Le parole, per Deus, sono state uno sprone affinchè lasciasse il ponte, indossasse casacca e pantaloni e decidesse di imbarcarsi per la rotta più dura ed esaltante di tutte: l'accettazione di sè stessi, la consapevolezza dei limiti e delle gioie di essere uomini gay, persone con un percorso difficile ed un avvenire di speranza.

Qualcun altro, senza che io lo veda, ha preso il mio posto, e tiene inquieto la ringhiera come facevo io, scrutando vacuo l'orizzonte.

E' per lui che voglio scrivere: può seguire la corrente o combatterla, ma Dio non voglia che resti fermo a guardare le navi passare: così si muore dentro.

Io non voglio che succeda.

martedì 13 agosto 2013

"E'colpa dei Puffi"

Questa è la dichiarazione di un individuo che vuole rimanere anonimo, un amico di John e Solfami che ha voluto dire la sua sulla recente escalation di angherie a danno dei Puffi del bosco Blu. E' un'opinione personale, ma è quello che i Puffi si sentono dire ogni giorno: la realtà con cui si scontrano.


"A me i Puffi fanno schifo. Voglio dire: non ci ho mai avuto niente a che fare, non mi hanno mai dato fastidio, ma io li odio. C'è un amico che una volta ne ha incontrato uno, assieme a Solfami, durante il plenilunio... Dice che ha provato a puffargli la lingua nel puffo, se capisci cosa intendo. Cioè: uno vive in un mondo che è già complicato di suo, e devi anche tener conto di questi piccoli mostriciattoli blu. Cantano, sono vezzosi, li riconosci da lontano! Hanno tutti quello stile così puffoso, sembra proprio volersi far notare, con quel basco bianco ed i pantaloni attillati... sono malati, sono esibizionisti. Non giocano alla Pallacorda, mangiano solo Pan au Chocolat e schifano i saccottini. Muovono la puffcoda, quando camminano, non dicono Snorkelate come noi. Sempre in punta di forchetta, sempre tutti gnignigni!

Magari sono nati così, magari è una malattia mentale perchè sì, sono più piccoli e meschini degli altri esseri umani, e quindi si sono inventati il mondo puffo, la puffosità, l'orgoglio puffo ed i diritti Blu. 
Allora io, domani, deciderò di essere un Bragodioso... No, non lo so ancora, com'è, un Bragodioso. Ecco, un Bragodioso è come sono io, e vorrò essere difeso nel mio diritto di non mangiare le lasagne, agitarmi con gli assoli di chitarra degli Iron Maiden e fare sesso con una Hello Kitty di moquette liscia liscia, rifinita di velluto... Magari questo non scriverlo!
Ecco, il punto è questo. I Puffi fan sesso solo con altri Puffi, in un modo che io credo disgustoso. Certo, il sesso dei Bragodiosi come me è molto meglio! Si puffano il puffo l'uno con l'altro, lo puffano nella puffa, spesso fra più Puffi contemporaneamente. Questo è quel che dicono, eh! Io non l'ho mai visto.
Il sesso Puffo dovrebbe essere vietato: dico, quando fai delle cose tanto puffose, non puoi aspettarti che il popolino non reagisca. Voglio dire: già può sembrare strano un Bragodioso che vuole una Hello Kitty fresca di fabbrica, ma proprio Miss Piggy!!! Certo non vado a dire in giro che mi piace quando mi prende lo Snorkel e... Beh, lascia perdere. Un puffo, in fondo, dovrebbe vergognarsi; essere orgolioso di puffarlo nel puffo? Scherziamo?!

 Andiamo, Hello Kitty piace a tutti; e se proprio non piace... Beh, Gargamella è un pezzo di Rottermeier, ma ammetto che alle volte ha ragione. Se fosse per i Puffi, vivremmo tutti dentro dei funghi rossi, balleremmo la canzone di Britney Spears (quanto piace alla mia bambina, spero non mi diventi Puffetta, però!) e faremmo altre cose puffose. Sì, anche divertenti: i Puffi coltivano delle ottime mele. sanno festeggiare la Primavera. Ma non è giusto che siano così Puffi, in fondo. Vedi Tontolone, che è morto? Dicono che si sia impiccato perchè soffriva le angherie di Birba: si sa che i gatti sono crudeli, umorali e feroci. Peggio per lui che non ha capito che essere Puffo portava solo guai. Io non ho colpa, il gatto non è mio. 
Io sono un Bragodioso, e un Bragodioso è come tutti gli altri: non certo un Puffo di puffa".

martedì 9 luglio 2013

LA MAMMA CON L'HASHTAG (cronaca di una mancata separazione).

Sento che dovrei dire alla mamma alcune cose:

1) Sono gay.
2) Voglio emigrare.
   ...No, mamma. NON SONO MALGIOGLIO, sono solo gay.
3) Puoi smettere di urlare?! No, non credo che brucerò all'inferno per questo.

Oppure, potrei essere riservato, come al solito, e incrementare la privacy dei social network cui sono iscritto, fino alla modalità "palizzata".

Sappiamo tutti che le mamme non si rassegnano all'idea di lasciar andare i figli verso il proprio destino, neppure quando essi sono più che cresciuti; i figli, poi, si attardano spesso a bamboleggiare.
Finchè fui piccolo e docile, ebbi una semplice #mammaebasta. Il primogenito crebbe, e partì per l'Università: fu così che la maga del pizzo all'uncinetto si trasformò in una #mammacolcel, capace di ingaggiare schermaglie fittissime con il primo figlio.

L'esordio avvenne con un perentorio -e memorabile-:

hAi_.viSTToQWE%sONO RIUscitTa àScriv:;mEre un SMS?

La risposta del duellante fu lapidaria:

"Il cliente da lei chiamato non è al momento* raggiungibile".

*Momento: intervallo di tempo variabile, compreso fra le 4 e le 18 ore.
 Capì così anche lei ciò che ogni madre sa da sempre: i figli, prima o poi si allontanano: nello spazio, ma soprattutto in pensieri, parole opere e omissioni. Tutto ciò genera ANSIA, da superare in due modi:

-riponendo fiducia sulla bontà dell'educazione impartita

-trasfomandosi in una succursale di agenzia investigativa.

Crebbi anch'io, e sappiamo tutti come andò a finire.

La #mammacolcel mi fece impazzire, anche se durò poco. I suoi "Dove sei?" e "Perchè non rispondi?" avevano carattere intimidatorio. Tentai, ingenuo, di farla diventare #mammalemail: purtroppo, il rapporto instaurato poggiava su basi paritarie, "e questo non va bene" (cit.).

Continuò a smanacciare sul web, il pc grondante avemmarie e giaculatorie per la prole omertosa: e, nel 2009, avvenne il rilascio della nuova ed esclusiva #mammasuface, il cui primo vagito fu:

"Come posso vedere i messaggi privati dei TUOI AMICI?"
Io le risposi, sarcastico: "Vuoi che ti dia la mia password?!"
"No," (faccia falsissima) "ci mancherebbe..."

Dal punto di vista delle capacità tecniche, #mammasuface è una figata: sa #googlare, #taggare, #menzionare, #condividere #aggrapparsicomeunkoala alla vita virtuale, casomai le sfuggisse qualcosa di quella reale.

Ecco perchè, accanto ai profili reali, ne ho alcuni fittizi dai nomi altisonanti.
Ho preso la decisione nel giorno in cui è avvenuto l'irreparabile. Si parlava di argomenti indifferenti, a tavola: qualcosa tipo la crisi di governo, la pace nel mondo, la gravidanza di Kate Middleton.
Ad un tratto sbotta:

"Perchè su Twitter il tuo account è protetto?"
"Oh, merda!" Penso io, e confabulo qualcosa.
"Voglio vedere cosa cinguetti!" Sentenzia, cupa.


Così, ho dovuto rassegnarmi: ho una #mammaconlhashtag.

Finito questo excursus, ho una supplica, dentro, che non posso tacere. Mamme, donne, di tutto cuore:

LASCIATECI, LASCIATEMI, ANDARE.

Per i figli è meraviglioso prolungare l'ingenua fiducia, l'idilliaco rapporto che si instaura fino alla prima adolescenza: ma non è sano. Nella vita, quando è il momento, si cammina da soli: gli adulti hanno, irrinunciabile, il dovere della scelta, al quale è sciocco ed immaturo sottrarsi.
Io non voglio dover dire tutto ad una #mammaconlhashtag, alimentando un'osmosi affettiva insoddisfacente, e ingiusta in senso morale.

   Come Adam Webber, il protagonista di "Sbucato dal passato", ogni figlio scopre un mondo diverso da
quello che gli è stato insegnato, e deve trovare un equilibrio fra i valori insegnati e le proprie esigenze, costruendo da sè i pilastri per la propria vita.

In questo racconto, come spesso nella vita, il padre è assente. Che sia uno stronzo da certificazione IGP, o un brav'uomo ligio al proprio dovere, spesso è un figlio cresciuto nell'accettazione (inevitabile e ingiusta) che un uomo avrà sempre una donna cui rendere conto, e che si struggerà per loro.

Perchè le donne si preoccupano di ciò cui tengono e soffrono all'idea di lasciarlo andare via: un figlio ormai maturo, un amore infranto, il ricordo della bella stagione della propria vita.

Una cosa, davvero, vorrei dire a mia madre: a volte mi viene da piangere ed è come se, dentro, fossi spazzato da mille venti impetuosi. Ad esempio ora, che vuoi sapere e, in fondo, non capisci.

giovedì 4 luglio 2013

GETMEDRUNK/1: VEXATA QUAESTIO.

Estate. I casermoni cittadini si svuotano, il mare brulica di umanità varia e decaduta-soprattutto all'olfatto: i pensieri si fanno più leggeri e frivoli:
"Il cameriere del baretto sotto i portici si sarà accorto che lo squadro come un foglio A4?"
"Abbino il pareo alle ciabatte o agli inserti glitterati del mio pseudo Ipad?"

E poi, la domanda più leggera di tutte, quella che si presenta, fastidiosa e lieve come una zanzara intorno all'orecchio:

"CHE SENSO DARE ALLA MIA VITA?"

E qui aggiungo che vivere da soli, dopo anni di convivenza con coinquilin* dalla sbornia riparatrice, è deleterio: non ho uno straccio di superalcolico da cui trarre, a garganella, una momentanea ispirazione, o una sbornia rinnovabile.

Capisco, certo, di non essere solo in questo grazioso dilemma, capace di riproporsi in rari momenti di lucidità, per poi soccombere al presente: se lo chiede la rana Kermit, nell'attimo in cui Jim Henson la calza, per poi piegarla alle proprie volontà.
Se lo chiede Manuela Arcuri, supina e bellissima, prima che il peso di quelle colossali poppe, dacché si siede, la costringa con ogni singolo neurone a tenersi in equilibrio.
Se lo chiede anche Dean Monroe, credo. Poi contrae un bicipite, fa l'occhietto, sbircia il conto corrente, e copula come uno gnu.

Ammetto di esser perfino fastidioso in questa "Ricerca della Felicità"  tra fichidindia, asfodeli ieratici e cieli torridi, dall'azzurro irreale. Credo una mia carissima amica, che affettuosamente chiamerò La donna Porcospino*, abbia meditato diverse volte di uccidermi; o di rendermi temporaneamente muto.

Il senso della vita, è chiaro, sta nell'essere felici di quel che si ha e quel che si fa. Cosa voglio? Perchè? Per chi? Cofa fon  difofo a perdere?!

E voi, miei affezionati lettori, vi chiedete mai che senso dare alla vostra vita? O lo avete già trovato, per cui i vostri gesti quotidiani sono solo graziose variazioni sul tema?

Rispondetemi, ve ne sarò grato: tra una valigia da chiudere, un libro da sottolineare e un fanale da cambiare, il confronto (quello cui sfuggo troppo spesso) è il benvenuto.

E' arrivata l'estate, e rinnovo il suo rito più suggestivo: chiacchierare sereni fino ad ora tarda; qualcuno versi della Vodka Melon!

*hai gli occhi dolcissimi e l'anima tenera. Porca miseria, però, quanto pungi!


martedì 25 giugno 2013

COM'E' CHE VA

Va che, un giorno, ti ritrovi "come un seme che si risveglia pianta".
Hanno un senso i capelli caduti, la barba brizzolata, le rughe un po'asimmetriche sotto gli occhi di cane buono.
Il silenzio pervade casa e non stupisce, anche quando dal soffitto rintrona Danza Kuduro, la suoneria dei coinquilini. Nell'Apocalisse del tavolo da cucina, nel valico aperto fra le camicie stirate e le mutande da lavare -mentre il vogatore innalza, supplice, i remi al cielo- intravedi una ragion d'essere.
Hai spalle forti per reggere un testimone sgradito, la responsabilità, capace di cozzare contro ogni fantasmagorico progetto di indipendenza.
Sai rinviare le lacrime per un segreto semplice di cui pochi hanno compassione; puoi ostentare quel tanto di indifferenza per cui non finirai schiacciato.

La scrittura, cui mai hai rinunciato, torna a sedurre con grazia immota. Arianna che si dipana fra lacrime e sorrisi, si fa salda come gomena di mare. Mi aggrappo, mani ferme, fra esse un palpito di vita.

I progetti sono mutevoli, smussati allo specchio perché non evaporino, assieme alla colonia o al ciuffo esangue.

Ti fai bastare il corpo che hai, senza immolarlo all'abitudine: mescoli metodo e indulgenza come forse non credevi possibile. Scopri affetti saldi e profondi, cui paghi il prezzo di una benedetta sincerità.

Va che, tra dubbi e paure, ti scopri uomo, abbozzando un sorriso timido e quieto.
Va che, all'età di Cristo in croce, ho voglia di vivere, davvero.

lunedì 24 giugno 2013

Appunti Sparsi/ter

1) Nella giorrnata di sabato, avevo scritto un post bellissimo. Due facciate, fronte retro, trascritte con dedizione sullo smartphone, per poi vederle pubblicate.
Forse perché sono un idiota sesquipedale, ho stracciato la bruta di due facciate, e cancellato il post tramite l'apposita applicazione Blogger, per Android.  Ho pianto con dignità, pur non avendo tende scenografiche cui aggrapparmi, per poi concludere che forse, così bello, quel post non lo era affatto.

2)Casomai se ne avvertisse il bisogno, lo ribadisco: la famiglia è la cellula fondante della società. Un FAGOCITA, per la precisione, primo artefice di quella fantastica malattia autoimmune chiamata SENSODICOLPA. E nessuno se ne chiami fuori: in Italia, è la regola. Corollario: l'egoismo rende ciechi, soprattutto in famiglia.

Tutto questo a causa di Madreh: ella ribadiva: "A tua zia devi rispondere cosìecosà". Io, replicando: "guarda che ormai sono autonomo!" ho inciampato nel cordone ombelicale; again.

3)Vedendo storie di padri e figli su RaiUno, ennesima replica di Don Matteo, ho faticato per non piangere. E non perché sull'argomento io sia un filino sensibile: credo, piuttosto, di avere l'umoralità di una donna in menopausa, priva di strategici cioccolatini al liquore, o barattoli di nutella.

Rafa, sei autorizzato a ridere.



A' la prochaine!

mercoledì 19 giugno 2013

Misantropia prêt-à-porter

Io credo che Alessandro Bianchi è un genio, ma chi voglia accertarsene può leggere il suo blog, e ne avrà conferma.
Pochi giorni fa, preda di una delle sue surreali e fantastiche ispirazioni, ha pubblicato una canzoncina: "Alfonso", cantata da tal Levante.
"Alfonso" ha quanto occorre per diventare un tormentone: musica orecchiabile, testo dissacrante, interprete fresca, choosy e blasée quanto basta (Dio, quanti aggettivi per declinare un semplice "Stronza"), video friendly e colorato.

Tenete bene a mente il refrain:

"Corre l'anno 2013, in mano alcolici e niente più: CHE VITA DI MERDA!"

...E non siamo noi? Generazione di contrattisti incerti, in balia di feste superflue, socialità esibita in modo quasi pornografico, sarcasmo disarmante e godibile?
 Spero Levante non sfondi, e non diventi un tormentone estivo. Meriterebbe, eccome, il successo -sia chiaro! Il pubblico dei tormentoni, però, ascolta di rado quanto sente (lo dimostra Cristicchi con la sua "Ombrelloni", o il depresso Tricarico con: "Io sono Francesco"), tritando tutto con incosciente crudeltà.

Bruttistronzi.

E quest'epiteto lo rivolgo anche ai discografici, quelli che -per dire- hanno distrutto STARDUST di Mika.
Dico: avete un biondo efebico con la voce di Freddy Mercury, uno che dice al suo potenziale amato: "Se solo ti accorgessi di me, sarei la polvere di stelle nei tuoi occhi" e altre cose piuttosto esplicite... E gli piazzate accanto Chiara, che ammazza la polvere di stelle in un trito "Vieni con me"?!

A parte che un refrain simile lo cantava Giorgia, qualche anno fa, ed era circondata da cornacchie; ma vogliamo piantarla? Vogliamo smettere di trasformare canzoni fighissime in carta da pacchi per spot ingannevoli, o in patetiche melensaggini? Chiara mia, lo sappiamo tutti: se pure Mika venisse con te e la volesse (nella vita, tutto è possibile), tu non gliela daresti. Perché il gorgheggio romantico è un conto: ma all'angolo c'è sempre uno stronzo tatuato e buzzurro, che ti sbatterebbe  carponi sul litorale dei sogni senza tanti complimenti; e a te starebbe pure bene.





lunedì 17 giugno 2013

IO E L'ABITUDINE.

Io ho l'età di Cristo.
 Io non ho ancora trovato una missione, ma solo compiti provvisori e fuggevoli: il tempo trascorso finora appare sprecato.
Io sono  un Prigione sbozzato nella roccia: ho mete possibili e agognate, contrapposte a vincoli insolubili.

Io non amo nessuno.

Io cerco disperatamente di sentirmi giovane, allegro, perfino sexy. Poi torna sempre un magone, alla base del petto: il peso sordo e dolente che a Leopardi (altro giovialone) rivelava il peccato di nascere.
Io metto troppi io nei miei discorsi, perchè non c'è nè potrà esserci alcun noi: solo nauseanti e mutevoli sequenze di LORO, di incerti ringraziamenti e sicuri malumori.

E vorrei che questo noi mi ridesse il sorriso, per qualche momento, alleviasse l'affondare nelle sabbie mobili: nel tempo stantio e immutato che io, in fondo, sopporto solo per Abitudine.

martedì 11 giugno 2013

Polvere di stelle.

Non sono mai stato moderno. Da bimbo indossavo dignitosi maglioni coi rombi, tenevo i capelli "colcaschettoallaBeatles" ( mamma: credo quella sia stato il tuo modo di essere groupie); leggevo "I grandi Classici Disney" e, soprattutto, chiedevo "per favore".

Da adolescente -i coetanei sbavavano dietro alle ragazze, impegnati ad inserire le appendici in cavità dalla dubbia predisposizione- leggevo i classici della letteratura italiana, francese, estone e moldava (grandi libri, quelli). Studiavo la cinematografia della vecchia Hollywood e avevo i capelli con l'onda parabolica alla Elvis.

Che palle.

Di questo pastrocchio educativo, oltre ad una considerevole propensione per lo spaccamento di maroni e la sbornia malinconica  ad una certa malinconia esistenziale, e al perenne senso di colpa, m'è rimasta la fiduciosa speranza nel futuro, nonostante le porte in faccia siano infinite, dolorose, rintronanti, istoriate, blindate... coi maniglioni e tutto quel che un portone può avere per far baccano quando ti sbatte sul grugno.

Rossella O'Hara, quando garrisce "nonsoffriràmaipiùlafameh!", o sussurra "Dopotuttodomanièunaltrogiornoh!" (declamare col birignao che più vi aggrada), è un pelino meno stolida e più realista.

Detto questo, ecco perchè amo STARDUST di Mika: qualcuno dica a questo genio di uscire dalla mia testa, di non avvalersi di questa musica strafiga -criticatelo, se avete coraggio!-, e di non usare parole che sembrano appartenere al mio adusto vocabolario.

Adusto?!

Stardust
I could be staring 
At somebody new 
But stuck in my head 
Is a picture of you 

You were the thunder 
I was the rain 
I wanna know 
If I'll see you again 

I said I love you 
You said good-bye 
Everything changes 
In the blink of an eye 

It's been a while 
I still carry the flame 
I wanna know 
Will I see you again 

See you again 
See you again 

Want you to know 
What you mean to me 
What would take 
Take you to see 

I could put a little stardust in your eyes 
Put a little sunshine in your life 
Give me a little hope you'll feel the same 
And I wanna know will I see you again 
Will I see you again 

I feel like a fool 
'Cause you're not even there 
I'm writing this song 
And you don't even care 
Throw me a lifeline 
Open the door 
And pick up my heart 
That you left on the floor 

On the floor 
On the floor 

I want you to know 
What you mean to me 
What would it take 
Take you to see 

I could put a little stardust in your eyes 
Put a little sunshine in your life 
Give me a little hope you'll feel the same 
And I wanna know will I see you again 
Will I see you again 

Funny, how the time goes rushing by 
And all the little things we leave behind 
But even then in everything I do 
Is a little bit of me 
And a little bit of you 

When will I see you again 
When will I see you again 
When will I see you again 
When will I see you again 

I could put a little stardust in your eyes 
Put a little sunshine in your life 
Give me a little hope you'll feel the same 
And I wanna know will I see you again 
Will I see you again 

I could put a little stardust in your eyes 
Put a little sunshine in your life 
Give me a little hope you'll feel the same 
And I wanna know will I see you again 
Will I see you again 

Funny, how the time goes rushing by 
And all the little things we leave behind 
But even then in everything I do 
Is a little bit of me 
And a little bit of you 

When will I see you again 
When will I see you again 
When will I see you again

martedì 6 novembre 2012

domenica 14 ottobre 2012

Ieri notte, nonostante tutti i proclami un po' deprimenti, sono uscito in giro. L'invito era di quelli che non si possono rifiutare, da parte di un'amica-che per me è più di una sorella; basti dire che ho GUIDATO, di notte e in città (detesto prendere l'auto se non è assolutamente indispensabile, e lo faccio quasi solo per lavoro). Ci siamo incontrati, abbracciati: e quell'abbraccio lo sognavo da tanto; come si sognano le vacanze estive, la fine del lavoro, la guarigione da una malattia. Abbiamo parlato, a lungo e fitto fitto, lasciando dietro ai nostri passi il filo dipanato e lucente delle nostre discrete infelicità. Non sarei voluto andare via, dico davvero... E mentre rientravo, ripensavo a colei che mi ha aiutato ad attaccare questa lavagna sul frigo, per scriverci le cose realmente importanti; quelle da evitare, quelle da vivere.
E mi son reso conto che da solo non posso farcela, che ho bisogno di un supporto farmacologico importante.


Infatti, oggi ho comprato due tavolette di cioccolato fondente.