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venerdì 18 ottobre 2013

Parole a cuore aperto.

Vi vorrei raccontare tante cose. In primis della tristezza che, subdola, tenta ancora di essere padrona della mia vita. E' una vecchia nemica: già in questo scorcio di fine estate avrei dovuto riconoscerne i segnali, e contrastarla; mi sono detto: "Ehi, sono forte, oramai non può più vincermi". E siamo ancora qui, io e lei, a lottare per il significato della mia vita. Lei che vuole togliermelo, io che un po' l'ho perso e cerco nuove sfide per non sentirmi finito.

Vi vorrei dire dei disegni che non faccio più, perché troppo impegnato a lavorare, a spostarmi da un posto all'altro, a farmi carico delle vite di estranei-mentre la mia attende ancora un assetto decente. Di quelle matite che ogni tanto accarezzo, come un cucciolo di cane che guaisce per un po' d'attenzione, a fine giornata-e tu sai dargli solo una coccola distratta.

Della vacanza romana, il vero spartiacque della mia esistenza. Della consapevolezza raggiunta, finalmente, in una notte che ha pesato amore, curiosità e tristezza sullo stesso piatto, immolando all'avvenire l'ennesimo tributo dell'essere umani.

Del mio tour al Coming Out, in piena Gay Street: di come, impacciatissimo, sono stato passato in rassegna da coppiette di manzi, vecchi incartapecoriti con pretese modaiole, Divine dal trucco impeccabile e alcolizzati. Tanti alcolizzati-almeno tre.  Praticamente, delle botti di Mc Callan in salsa gaya, col bicipite scolpito e il sopracciglio tentatore.

Vi vorrei dire di Marie Claudette, del Manza Project, dei sogni con cui cerco di conquistarmi un futuro in cui possa sentirmi vincente, soddisfatto di me stesso, compiuto nel significato dell'esistere.

Vi dico solo che io, se non mi esprimo, muoio. E che a non scrivere, a non disegnare, a non fissare la mia anima negli occhi altrui, stavo morendo.

Vi dico che voglio vivere.

mercoledì 28 agosto 2013

HOW BLOGS SAVED MY LIFE

"Non dovrai che restare sul ponte
e guardare le altre navi passare:
le più piccole dirigersi al fiume;
le più grandi sanno già
dove andare".

In queste parole, per lunghi anni, ho identificato il tragitto della mia vita: una quieta serie di impegni, tappe da raggiungere, doveri da adempiere. Ogni giorno a capo chino, con la dedizione rassegnata degli amanuensi.
Ero un giovane morto, inchiodato nella tomba ovattata dell'obesità, della fidanzata-che-mi-respinge, del cattolicesimo vissuto come muta professione laica, saio pungente sulla pelle nuda.

Non ero infelice, o non sapevo di esserlo. Guardavo i  coetanei vivere, sempre un passo avanti a me: piccole chiatte da rimorchio e grandi vaporiere, cariche di promesse o fumo. Affrontavano la corrente impetuosa del destino; io mi contentavo di aspettare.

Poi c'erano gli uomini. Sbirciati sulle copertine delle riviste, nelle pubblicità di profumi (con la lussuria vigorosa che solo gli anni '90 permettevano), nei filmacci sconci di seconda serata. Li adocchiavo andando a scuola, i bulli coi muscoletti rachitici dell'adolescenza, e la protervia di chi vuole investire il fatuo capitale del proprio corpo, senza procacciarsi altro. Vestivano t-shirt dalle maniche rigirate, canotte della salute... tutti quegli obbrobri per cui i Take That non pagheranno mai abbastanza.

Non capivo perché tanta attrazione, non volevo indagarlo. La pulsione fisica, fra vergogna e spasimo, doveva essere saziata, e in questo modo continuavo ad essere il figlio modello, il bravo ragazzo, l'esempio di educazione ammirato da tutti, e mai amato.

Se l'anima ha i propri riti, il corpo ha le sue feste, cui le gabbie fisiche e morali mi hanno sempre sottratto. Così l'insoddisfazione cresceva, assieme alla ricerca -almeno visiva- di corpi su cui sfogarmi con rabbia, disgusto e voluttà. L'insoddisfazione ha preso i contorni definiti dell'ansia, della depressione: si cibava vorace di quanto ero diventato: uno studente mediocre, un nerd solitario, un infelice asservito alla volontà altrui.

[Ci sono capitoli che, per pudore, non voglio narrare: chi c'è stato e mi ha risollevato dal gorgo in cui stavo precipitando avrà per sempre la mia gratitudine.]

Nella risalita, ho infine ammesso di essere omosessuale, dando alla voglia "sconcia ed oscena" il nome che le è dovuto. Cerco di conoscerla, di accettarla nella sua normalità: i corpi appartengono a uomini come me, con cui condivido il percorso di dolore, rabbia e accettazione. Ho pensato quindi di scendere dal ponte, di avvicinarmi al pontile d'imbarco, conscio dei miei fardelli e avido di vita vissuta. Confesso che, a spronarmi, è stata la scrittura: sia quella praticata in blog che purtroppo son caduti, sotto il peso degli anni e di un malinteso senso del dovere verso lo studio; sia quella, avida, dei blog divorati a tarda notte, con le zanzare a far festa sulle mie mani, gli occhi e il cervello festanti.

River è stato il primo: mi ha introdotto in un mondo di dolcezza, timidezza e malinconia, inframmezzata a sensualità pruriginose, mai volgari. Il tutto sorretto da una scrittura robusta, lineare, ipnotica. C'è stato il Dr Apocalypse di Spetteguless, più sguaiato e roboante, divertente, amaro ed eccessivo. C'è stato S., con il suo commovente romanzo di formazione, e la prima mail di gratitudine che gli ho spedito, così, come un qualunque adolescente incauto e innamorato.
Cosa dire di (In)co? Lo amerei, se lo avessi qui davanti! Passione, intelligenza, erotismo, sensibilità... Cosa non ha, quest'uomo, così che non lo si possa vezzeggiare, come non ammirare un corpo fatto di parole, sensualità consapevole e matura?!
E di Rafa, dal percorso spinoso e altalenante? Sappi che non ti dimentico, e le chattate notturne torneranno, spero. Sei una buona compagnia, e un "bravo ometto".
Infine, ci sono Tredici e Lorenzo Bises... Li adulo già abbastanza, rischierei di essere melenso e ridondante; non voglio rischiare. Però vi voglio bene, perchè mi fate sorridere con leggerezza, come fratelli di penna il cui genio non delude mai.

Sappiate che le vostre parole sono state, sono e saranno, gomena per salpare lungo la corrente, a bordo di un'imbarcazione che ancora non conosco. Le parole, per Deus, sono state uno sprone affinchè lasciasse il ponte, indossasse casacca e pantaloni e decidesse di imbarcarsi per la rotta più dura ed esaltante di tutte: l'accettazione di sè stessi, la consapevolezza dei limiti e delle gioie di essere uomini gay, persone con un percorso difficile ed un avvenire di speranza.

Qualcun altro, senza che io lo veda, ha preso il mio posto, e tiene inquieto la ringhiera come facevo io, scrutando vacuo l'orizzonte.

E' per lui che voglio scrivere: può seguire la corrente o combatterla, ma Dio non voglia che resti fermo a guardare le navi passare: così si muore dentro.

Io non voglio che succeda.

martedì 13 agosto 2013

"E'colpa dei Puffi"

Questa è la dichiarazione di un individuo che vuole rimanere anonimo, un amico di John e Solfami che ha voluto dire la sua sulla recente escalation di angherie a danno dei Puffi del bosco Blu. E' un'opinione personale, ma è quello che i Puffi si sentono dire ogni giorno: la realtà con cui si scontrano.


"A me i Puffi fanno schifo. Voglio dire: non ci ho mai avuto niente a che fare, non mi hanno mai dato fastidio, ma io li odio. C'è un amico che una volta ne ha incontrato uno, assieme a Solfami, durante il plenilunio... Dice che ha provato a puffargli la lingua nel puffo, se capisci cosa intendo. Cioè: uno vive in un mondo che è già complicato di suo, e devi anche tener conto di questi piccoli mostriciattoli blu. Cantano, sono vezzosi, li riconosci da lontano! Hanno tutti quello stile così puffoso, sembra proprio volersi far notare, con quel basco bianco ed i pantaloni attillati... sono malati, sono esibizionisti. Non giocano alla Pallacorda, mangiano solo Pan au Chocolat e schifano i saccottini. Muovono la puffcoda, quando camminano, non dicono Snorkelate come noi. Sempre in punta di forchetta, sempre tutti gnignigni!

Magari sono nati così, magari è una malattia mentale perchè sì, sono più piccoli e meschini degli altri esseri umani, e quindi si sono inventati il mondo puffo, la puffosità, l'orgoglio puffo ed i diritti Blu. 
Allora io, domani, deciderò di essere un Bragodioso... No, non lo so ancora, com'è, un Bragodioso. Ecco, un Bragodioso è come sono io, e vorrò essere difeso nel mio diritto di non mangiare le lasagne, agitarmi con gli assoli di chitarra degli Iron Maiden e fare sesso con una Hello Kitty di moquette liscia liscia, rifinita di velluto... Magari questo non scriverlo!
Ecco, il punto è questo. I Puffi fan sesso solo con altri Puffi, in un modo che io credo disgustoso. Certo, il sesso dei Bragodiosi come me è molto meglio! Si puffano il puffo l'uno con l'altro, lo puffano nella puffa, spesso fra più Puffi contemporaneamente. Questo è quel che dicono, eh! Io non l'ho mai visto.
Il sesso Puffo dovrebbe essere vietato: dico, quando fai delle cose tanto puffose, non puoi aspettarti che il popolino non reagisca. Voglio dire: già può sembrare strano un Bragodioso che vuole una Hello Kitty fresca di fabbrica, ma proprio Miss Piggy!!! Certo non vado a dire in giro che mi piace quando mi prende lo Snorkel e... Beh, lascia perdere. Un puffo, in fondo, dovrebbe vergognarsi; essere orgolioso di puffarlo nel puffo? Scherziamo?!

 Andiamo, Hello Kitty piace a tutti; e se proprio non piace... Beh, Gargamella è un pezzo di Rottermeier, ma ammetto che alle volte ha ragione. Se fosse per i Puffi, vivremmo tutti dentro dei funghi rossi, balleremmo la canzone di Britney Spears (quanto piace alla mia bambina, spero non mi diventi Puffetta, però!) e faremmo altre cose puffose. Sì, anche divertenti: i Puffi coltivano delle ottime mele. sanno festeggiare la Primavera. Ma non è giusto che siano così Puffi, in fondo. Vedi Tontolone, che è morto? Dicono che si sia impiccato perchè soffriva le angherie di Birba: si sa che i gatti sono crudeli, umorali e feroci. Peggio per lui che non ha capito che essere Puffo portava solo guai. Io non ho colpa, il gatto non è mio. 
Io sono un Bragodioso, e un Bragodioso è come tutti gli altri: non certo un Puffo di puffa".

giovedì 4 luglio 2013

GETMEDRUNK/1: VEXATA QUAESTIO.

Estate. I casermoni cittadini si svuotano, il mare brulica di umanità varia e decaduta-soprattutto all'olfatto: i pensieri si fanno più leggeri e frivoli:
"Il cameriere del baretto sotto i portici si sarà accorto che lo squadro come un foglio A4?"
"Abbino il pareo alle ciabatte o agli inserti glitterati del mio pseudo Ipad?"

E poi, la domanda più leggera di tutte, quella che si presenta, fastidiosa e lieve come una zanzara intorno all'orecchio:

"CHE SENSO DARE ALLA MIA VITA?"

E qui aggiungo che vivere da soli, dopo anni di convivenza con coinquilin* dalla sbornia riparatrice, è deleterio: non ho uno straccio di superalcolico da cui trarre, a garganella, una momentanea ispirazione, o una sbornia rinnovabile.

Capisco, certo, di non essere solo in questo grazioso dilemma, capace di riproporsi in rari momenti di lucidità, per poi soccombere al presente: se lo chiede la rana Kermit, nell'attimo in cui Jim Henson la calza, per poi piegarla alle proprie volontà.
Se lo chiede Manuela Arcuri, supina e bellissima, prima che il peso di quelle colossali poppe, dacché si siede, la costringa con ogni singolo neurone a tenersi in equilibrio.
Se lo chiede anche Dean Monroe, credo. Poi contrae un bicipite, fa l'occhietto, sbircia il conto corrente, e copula come uno gnu.

Ammetto di esser perfino fastidioso in questa "Ricerca della Felicità"  tra fichidindia, asfodeli ieratici e cieli torridi, dall'azzurro irreale. Credo una mia carissima amica, che affettuosamente chiamerò La donna Porcospino*, abbia meditato diverse volte di uccidermi; o di rendermi temporaneamente muto.

Il senso della vita, è chiaro, sta nell'essere felici di quel che si ha e quel che si fa. Cosa voglio? Perchè? Per chi? Cofa fon  difofo a perdere?!

E voi, miei affezionati lettori, vi chiedete mai che senso dare alla vostra vita? O lo avete già trovato, per cui i vostri gesti quotidiani sono solo graziose variazioni sul tema?

Rispondetemi, ve ne sarò grato: tra una valigia da chiudere, un libro da sottolineare e un fanale da cambiare, il confronto (quello cui sfuggo troppo spesso) è il benvenuto.

E' arrivata l'estate, e rinnovo il suo rito più suggestivo: chiacchierare sereni fino ad ora tarda; qualcuno versi della Vodka Melon!

*hai gli occhi dolcissimi e l'anima tenera. Porca miseria, però, quanto pungi!


martedì 25 giugno 2013

COM'E' CHE VA

Va che, un giorno, ti ritrovi "come un seme che si risveglia pianta".
Hanno un senso i capelli caduti, la barba brizzolata, le rughe un po'asimmetriche sotto gli occhi di cane buono.
Il silenzio pervade casa e non stupisce, anche quando dal soffitto rintrona Danza Kuduro, la suoneria dei coinquilini. Nell'Apocalisse del tavolo da cucina, nel valico aperto fra le camicie stirate e le mutande da lavare -mentre il vogatore innalza, supplice, i remi al cielo- intravedi una ragion d'essere.
Hai spalle forti per reggere un testimone sgradito, la responsabilità, capace di cozzare contro ogni fantasmagorico progetto di indipendenza.
Sai rinviare le lacrime per un segreto semplice di cui pochi hanno compassione; puoi ostentare quel tanto di indifferenza per cui non finirai schiacciato.

La scrittura, cui mai hai rinunciato, torna a sedurre con grazia immota. Arianna che si dipana fra lacrime e sorrisi, si fa salda come gomena di mare. Mi aggrappo, mani ferme, fra esse un palpito di vita.

I progetti sono mutevoli, smussati allo specchio perché non evaporino, assieme alla colonia o al ciuffo esangue.

Ti fai bastare il corpo che hai, senza immolarlo all'abitudine: mescoli metodo e indulgenza come forse non credevi possibile. Scopri affetti saldi e profondi, cui paghi il prezzo di una benedetta sincerità.

Va che, tra dubbi e paure, ti scopri uomo, abbozzando un sorriso timido e quieto.
Va che, all'età di Cristo in croce, ho voglia di vivere, davvero.

mercoledì 19 giugno 2013

Misantropia prêt-à-porter

Io credo che Alessandro Bianchi è un genio, ma chi voglia accertarsene può leggere il suo blog, e ne avrà conferma.
Pochi giorni fa, preda di una delle sue surreali e fantastiche ispirazioni, ha pubblicato una canzoncina: "Alfonso", cantata da tal Levante.
"Alfonso" ha quanto occorre per diventare un tormentone: musica orecchiabile, testo dissacrante, interprete fresca, choosy e blasée quanto basta (Dio, quanti aggettivi per declinare un semplice "Stronza"), video friendly e colorato.

Tenete bene a mente il refrain:

"Corre l'anno 2013, in mano alcolici e niente più: CHE VITA DI MERDA!"

...E non siamo noi? Generazione di contrattisti incerti, in balia di feste superflue, socialità esibita in modo quasi pornografico, sarcasmo disarmante e godibile?
 Spero Levante non sfondi, e non diventi un tormentone estivo. Meriterebbe, eccome, il successo -sia chiaro! Il pubblico dei tormentoni, però, ascolta di rado quanto sente (lo dimostra Cristicchi con la sua "Ombrelloni", o il depresso Tricarico con: "Io sono Francesco"), tritando tutto con incosciente crudeltà.

Bruttistronzi.

E quest'epiteto lo rivolgo anche ai discografici, quelli che -per dire- hanno distrutto STARDUST di Mika.
Dico: avete un biondo efebico con la voce di Freddy Mercury, uno che dice al suo potenziale amato: "Se solo ti accorgessi di me, sarei la polvere di stelle nei tuoi occhi" e altre cose piuttosto esplicite... E gli piazzate accanto Chiara, che ammazza la polvere di stelle in un trito "Vieni con me"?!

A parte che un refrain simile lo cantava Giorgia, qualche anno fa, ed era circondata da cornacchie; ma vogliamo piantarla? Vogliamo smettere di trasformare canzoni fighissime in carta da pacchi per spot ingannevoli, o in patetiche melensaggini? Chiara mia, lo sappiamo tutti: se pure Mika venisse con te e la volesse (nella vita, tutto è possibile), tu non gliela daresti. Perché il gorgheggio romantico è un conto: ma all'angolo c'è sempre uno stronzo tatuato e buzzurro, che ti sbatterebbe  carponi sul litorale dei sogni senza tanti complimenti; e a te starebbe pure bene.





lunedì 17 giugno 2013

IO E L'ABITUDINE.

Io ho l'età di Cristo.
 Io non ho ancora trovato una missione, ma solo compiti provvisori e fuggevoli: il tempo trascorso finora appare sprecato.
Io sono  un Prigione sbozzato nella roccia: ho mete possibili e agognate, contrapposte a vincoli insolubili.

Io non amo nessuno.

Io cerco disperatamente di sentirmi giovane, allegro, perfino sexy. Poi torna sempre un magone, alla base del petto: il peso sordo e dolente che a Leopardi (altro giovialone) rivelava il peccato di nascere.
Io metto troppi io nei miei discorsi, perchè non c'è nè potrà esserci alcun noi: solo nauseanti e mutevoli sequenze di LORO, di incerti ringraziamenti e sicuri malumori.

E vorrei che questo noi mi ridesse il sorriso, per qualche momento, alleviasse l'affondare nelle sabbie mobili: nel tempo stantio e immutato che io, in fondo, sopporto solo per Abitudine.

venerdì 19 ottobre 2012

DALLE ANTINE.

Scopro che, nel gergo internazionale dei "non dichiarati", io mi trovo rinchiuso in the closet. Dall'armadio, in effetti, spio un mondo di cui mi spaventa far parte, ma che sento compatibile con la mia storia e le emozioni contraddittorie di cui mi circondo, e che ho sfruttato, spesso senza indagarle a fondo. Vivere in spazi tanto stretti, comunque, mi ha portato a sviluppare ardenti strategie di autodifesa. Per restare fra quegli sportelli sempre un po' stantii, in cui l'afoso stagnare della lana rende imperdibile ogni minimo refolo d'aria fresca, ho imparato a brandire grucce e sacchetti canforati come se fossero katane e mazze chiodate. 

Da poco, ho schiuso le antine per poggiare un timido piede sul pavimento. Fresco, piacevole. Nessun piragna a mordermi, nessuno scorpione a danzare col suo pungiglione un attacco mortale... So che non sarò per sempre così tranquillo. Dovrò scendere, dall'arca in cui mi sono barricato, e i problemi cominceranno (ammesso che non si siano manifestati) appena poggerò sul fresco, piacevole pavimento il secondo piede, quello infido che vuole muovere altri passi.

Per ora guardo dalle antine, solleticandomi al ricordo del pulviscolo che s'è attaccato, curioso, alla pianta del mio piede. Riesco a vivere, ridere, lavorare, dormire come prima, forse con maggiore serenità, e con uguale-dolorosa consapevolezza.

Devo decidere se scrutare, dalle antine, l'orizzonte, in cerca di millimetrici e sotterranei pericoli... O forse trincherò un bicchiere di vino, as InnerMonsterS said, e farò il mio trionfale ingresso in scena. Magari sbattendo fra loro quelle antine come se fossero la porta di un locale malfamato, ed io il gangster maledetto con gessato e borsalino, pronto a fare piazza pulita.

domenica 14 ottobre 2012

Ieri notte, nonostante tutti i proclami un po' deprimenti, sono uscito in giro. L'invito era di quelli che non si possono rifiutare, da parte di un'amica-che per me è più di una sorella; basti dire che ho GUIDATO, di notte e in città (detesto prendere l'auto se non è assolutamente indispensabile, e lo faccio quasi solo per lavoro). Ci siamo incontrati, abbracciati: e quell'abbraccio lo sognavo da tanto; come si sognano le vacanze estive, la fine del lavoro, la guarigione da una malattia. Abbiamo parlato, a lungo e fitto fitto, lasciando dietro ai nostri passi il filo dipanato e lucente delle nostre discrete infelicità. Non sarei voluto andare via, dico davvero... E mentre rientravo, ripensavo a colei che mi ha aiutato ad attaccare questa lavagna sul frigo, per scriverci le cose realmente importanti; quelle da evitare, quelle da vivere.
E mi son reso conto che da solo non posso farcela, che ho bisogno di un supporto farmacologico importante.


Infatti, oggi ho comprato due tavolette di cioccolato fondente.